William Kentridge crea dipendenza.

Quando si va a scuola si tende a non prendere seriamente quello che ci viene insegnato. O meglio, lo si studia, lo si memorizza attentamente, ma non lo si esperisce davvero, come se il materiale scolastico fosse destinato a rimanere nel “compartimento studio”, riposto in un cassettino della nostra memoria.
Penso si tratti di un semplice meccanismo mentale, legato all’idea che a volte abbiamo dell’istruzione, vista più come “obbligo” che come “opportunità”.

Accade così che a un corso di cinema dell’università, ti venga proposto un certo William Kentridge. La professoressa espone l’argomento in modo confuso, mescolando il tutto con George Méliès, i suoi fotogrammi e una installazione alla Biennale del 2005. Un ricordo nebuloso nella tua mente di studente universitario più concentrato sugli spritz in campo Santa Margherita, che sui testi universitari.
Accade poi, che a distanza di anni, ti trovi ad Amsterdam, lontano dalla tua patria e dal tuo passato scolastico, e ti capiti di andare a vedere una mostra al museo del cinema. Accade che il protagonista della mostra sia proprio il William Kentridge che era passato così inosservato in quella lezione pomeridiana di qualche anno fa.

william k

Si tratta dell’esposizione If We Ever Get to Heaven, nuovo gioiello alla corona della programmazione annuale del Museo Eye di Amsterdam.
La mostra è piccola, di breve durata, sviluppata su sole tre stanze. Ma al contempo essa si rivela così intensa da togliere il fiato.
E’ caratterizzata tra tre installazioni video-sonore potenti che scuotono l’animo umano nel profondo.
L’ingresso consiste in una stanza in cui spesse sagome di cartone sono appese alla pareti. Volti umani, maschere dai contorni marcati e dal ruolo ancora ignoto per noi visitatori.
Poi una musica ci attrae conducendoci nella stanza accanto.
Ci si addentra in questo ambiente buio, dove gli altri visitatori diventano sagome appena visibili. Si è soli di fronte all’opera. Un ampio schermo formato da tanti fogli luminosi sovrapposti tra loro ci circonda, offrendoci una visione a 360 gradi dell’installazione.
Ombre sottili, profili africani si susseguono in una processione onirica che attraversa lo schermo. Si trascinano lentamente con quelle stesse maschere di cartone che erano esposte all’ingresso della mostra. Ricalcano con i loro passi i battiti di una musica intensa, per metà orchestrale e pomposa, per metà ancestrale, primitiva. Il risultato è una processione paesana, in cui sacerdoti si mescolano a musici e danzatrici dai passi leggeri.

william4

Questa miscela di immagini e suoni ci introduce in una dimensione sospesa, lontana. Il video seduce i nostri occhi fin dal primo instante, lasciandoli attoniti, in una sempre più avida ricerca di immagini. Al contempo la musica è così piena e vibrante da renderci praticamente impossibile uscire dalla stanza: è un vortice sonoro che ci ipnotizza nella sua perfezione formale. Vorremmo non finisse mai, vorremmo portarlo con noi anche fuori dal museo.(Ho tentato di usare Shazam per salvare la colonna sonora, tanto per rendere l’idea).

william3

Ho provato a cercare materiale su internet, a ritrovare quel suono che mi aveva conquistato. Magra consolazione è stato un video su youtube, dalla pessima qualità in cui l’installazione perde tutta l’intensità originaria.
Immagino dovrò accontentarmi del suo ricordo.

Immagino dovrò anche rivalutare il materiale di quelle lezioni di cinema mai realmente apprezzate.
Ho rischiato di perdere l’occasione di conoscere un grande artista e un regista eccezionale.

William Kentridge è un regista nativo di johannesburg. I suoi lavori spesso trattano tematiche legate al colonialismo, agli abusi e alle ingiustizie che le popolazioni africane sono costrette a subire da secoli di storia. Intensi disegni in evoluzione, i video del regista sono caratterizzati da colonne sonore potenti, efficaci nella loro semplicità.

I commenti sono chiusi.