Unseen 2016

Ovvero “Racconto della mia visita all’opening di Unseen 2016, annuale fiera di fotografia di Amsterdam”.

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La fiera si dimostra fin da subito organizzata in modo impeccabile con costante attenzione nei dettagli. In particolare ho trovato interessante l’approccio di Unseen verso i visitatori: è stata persino dedicata una piccola sezione della fiera alle “tips for the collectors”, una trovata per aiutare nuovi collezionisti ad orientarsi nel mondo dell’arte; probabilmente un tentativo volto ad umanizzare la figura del collezionista d’arte, staccandolo dall’immaginario comune dell’uomo d’affari seduto in poltrona con la penna d’oro e un Modigliani alle spalle e cercando, al contrario, di trasmettere l’idea di un ruolo alla portata di ogni portafoglio.

Una volta dentro la fiera, come da copione vengo assalita dalla schizofrenica voglia di vedere tutto. Nel caso di Unseen la sfida si dimostra più complessa del previsto, data l’abbondanza di pubblico ma soprattutto la mole di materiale esposto: 54 gallerie internazionali, più di 150 artisti e nonvoglionemmenosapere quante opere. Il tutto all’interno del suggestivo spazio del Gashouder, edificio dall’anima industriale.
Il design spaziale è ormai il marchio di fabbrica di Unseen, che ripropone per il quinto anno la struttura circolare a ruota stesa, i cui raggi che sezionano lo spazio costituiscono i muri utilizzati per l’esposizione delle opere.
Queste pareti si incontrano tutte in un unico vertice centrale, il bar, che risalta nel blu elettrico dei suoi neon. E’ la grande madre che nutre le sue diramazioni, il cuore pulsante che pompa alcol lungo le vene dell’edificio, sfamando il girone Dantesco del pubblico presente all’opening.

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Unseen 2016, © Iris Duvekot

Le gallerie partecipanti, come ogni fiera che si rispetti, competono in una battaglia creativa che non lascia spazio a debolezze e passi falsi. In un mondo dove la novità diventa sempre più difficile da produrre, essa stessa costituisce ancora il valore principale di analisi dell’opera. Ciò talvolta porta a risultati alquanto grotteschi che si limitano a un puro esercizio stilistico privo di nucleo tematico; talvolta, invece, essa porta ad interessanti spunti verso superamento del limite spaziale, dei confini dei foglio: si sta lentamente abbandonando la bidimensionalità di una stampa appesa al muro, verso un’approccio ricco di aggiunte stilistiche, dettagli, materiali che trasformano l’opera in un’installazione tridimensionale.

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Mari Katayama

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Stephen Gill

Unseen e le fotografie esposte mi hanno regalato una totale immersione nella bellezza sconfinata della realtà contemporanea, con le sue crepe e i suoi controsensi, catturati dagli occhi sapienti di artisti tanto affermati quanto emergenti.
L’arte della fotografia ha da sempre un enorme potere nell’appagare lo sguardo del visitatore e sicuramente questa fiera ha colpito nel segno, accompagnando il pubblico in un viaggio delicato, in cui la perfezione stilistica si lega a tematiche forti.

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Hanna van der Woude

Detto ciò, devo ammettere di aver notato alcune macro-tematiche emergere su tutte: in particolare diversità etnica, cultura Africana e corpo femminile.

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Lana Mesic
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Stephanie Syjuco
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Namsa Leuba
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Zanele Muholi
Atong Atem
Atong Atem
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Jesus Madriñan
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Juno Calypso

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Donne forti, decise, indipendenti, che fissano sfrontate l’obiettivo fotografico. Corpi femminili slagati da canoni, con un focus speciale sulle imperfezioni che si trasformano in bellezza.

Per quanto a primo impatto faccia piacere vedere come determinate tematiche stiano suscitando l’interesse del mondo dell’arte e dell’opinione pubblica, non posso fare a meno di interrogarmi circa l’onesta di intenti dietro queste scelte.
Si propongono tali contenuti perchè si sente l’esigenza di parlarne, o perchè si vuole cavalcare l’onda del loro momentaneo valore mediatico?

Questa riflessione mi ha fatto immediatamente pensare alla recente pubblicità di H&M , video dal messaggio pseudo femminista che ha riscosso notevole popolarità nelle ultime settimane.
“Nonostante il video sia assolutamente favoloso, c’è solo un piccolo, insignificante problema. Si tratta di una pubblicità. E’ una pubblicità che, per sua natura, è creata per promuovere l’idea secondo cui H&M sostiene, promuove e rappresenta il meglio. [..] Chi è dietro questa scelta di marketing vuole solo capitalizzare l’idea di donne forti per vendere vestiti. Ma il femminismo non è una moda da sfruttare per la collezione autunnale 2016 e non è nemmeno un privilegio accessibile solamente a quelle donne che possono permettersi di fare shopping.”
Leggi l’articolo originale qui

Allo stesso modo mi chiedo: qual è la ragione dei galleristi dietro specifiche scelte contenutistiche? Dov’è il confine tra una forte convinzione artistica e lo sfruttamento di una moda? E quanto il denaro influenza questa decisione?

Ma soprattutto: posto anche che la selezione dei lavori sia basata sul profitto monetario (stiamo in fondo parlando di una fiera d’arte), sarebbe corretto accettare il compromesso, purchè si continuino ad affrontare queste urgenze socio-politiche? Fino a dove il fine giustifica i mezzi?

Me lo chiedo dalla settimana scorsa, ma continuo a girare a vuoto.
Immagino questo sia semplicemente lo specchio del mercato dell’arte contemporanea, una Babele fatta di soldi, tendenze e storie di vita.

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