Prima tappa di LOOK/15: la fotografia made in England

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La mostra, in occasione del Festival Internazioniale di Fotografia di Liverpool, presenta le opere di due talenti indiscussi, l’uno ispirazione dell’altro: Tony Ray-Jones e Martin Parr.
Stesso sangue inglese, un decennio di differenza.

Il primo voyeur invisibile con un’ossessione per la compozione armonica, il secondo ritrattista sociale, più vicino ai suoi soggetti. Entrambi sguardi irriverenti e sottili verso la cultura e il popolo a cui appartengono: l’Inghilterra.
La mostra è stata sapientemente suddivisa in tre ambienti principali, l’uno collegato all’altro. Una sala è dedicata a un’accurata selezione di scatti di Ray-Jones; un’altra, come si può dedurre, è stata invece assegnata alle opere di Parr. Nel mezzo, a collegamento tra i due spazi, c’è una terza stanza in cui sono state esposti gli scatti inediti di Ray Jones, selezionati e stampati da Martin Parr, ad omaggio verso un grande fotografo del passato, ispirazione di un’intera generazione di artisti.

Ci sono fotografi che scattano foto senza tempo. Attimi non catalogabili, sospesi in una dimensione storica indecifrabile, misteriosa.
Tony Ray-Jones non è uno di questi. Le sue fotografie sono chiaramente segnate dell’epoca in cui ha vissuto, marchiate dagli inequivocabili anni ’60. Dagli occhiali a farfalla delle signore ai tuxedo eleganti dei gentleman; dagli accessori dei bagnanti ai calzettoni dei bambini per le strade di Londra: tutto riporta ad un’epoca storica precisa.
Nonostante però questi scatti siano così impregnati di specificità temporale, essi riescono ad essere al contempo sospesi, fluttuanti nell’attesa. I soggetti di Ray-Jones sono silenziosi, immobili. Sono portavoci di un’azione in potenza di cui noi non vediamo mai la conclusione.
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Per strada, sul bagnasciuga, al tavolino di un bar. In perenne attesa di qualcosa che per noi osservatori rimarrà per sempre un mistero.
Nessuno sembra badare a Ray-Jones. Nonostante egli prediliga un approccio frontale, i suoi soggetti sembrano non notarlo; lo guardano senza realmente vederlo, lasciando correre la loro attenzione al di là del fotografo, verso un orizzonte indefinito.
Tony Ray-Jones riesce a cogliere il momento della pausa, la siesta, l’abiocco. Quel succoso attimo di sospensione onirica, a metà tra sogno e realtà.
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Martin Parr sembra quasi evolvere Ray-Jones, sua ispirazione e modello. Le inquadrature sono diverse, più vicine ai soggetti. Mentre Ray-Jones osserva situazioni in cui lui è estrerno, Parr crea un dialogo tra l’obiettivo fotografico e i suoi protagonisti. Il risultato è un insieme di delicati ritratti che riescono a cogliere la vera british attitude, tra una tazza di tè e una zolletta di zucchero.
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Entrambi i fotografi sono affascinati dai concorsi, dalle competizioni. Gli scatti trasmettono quel senso di ansia adrenalinica e di budella attorcigliate che si respira prima di una gara. I soggetti, come statue di cera, sono immobili, attoniti, sospesi. In attesa del loro futuro prossimo che per noi rimarrà sconosciuto.
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I due fotografi sembrano provocarci, stuzzicare la nostra curiosità per poi lasciarla frustrata.
L’immaginazione rimane l’unico modo per provare a trovare un finale alle loro storie e a quest’articolo. Quando si parla di coerenza.

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