La Carica dei 1199.

La rinuncia non è sempre una scelta da persone codarde.
Ci sono situazioni in cui è d’obbligo un esame di coscienza, una serrata e (il più possibile oggettiva) analisi delle proprie capacità e conoscenze: se queste non rispecchiano i requisiti richiesti, rinunciare diventa una scelta coraggiosa, non codarda. Significa, dopotutto, ammettere i propri limiti che, in quanto esseri umani, sono presenti in chiunque ma non sempre accettati.
Penso, nello specifico, che un bravo curatore debba essere anche in grado di visualizzare le proprie mancanze conoscitive e, talvolta, di farsi da parte a favore della buona riuscita di un progetto artistico.

Ad Hans Ulrich Obrist, uno dei più famosi curatori al mondo, era stata offerta la succosa opportunità di curare un’esposizione nel prestigioso e nuovissimo Long Museum di Shanghai. L’idea propostagli prevedeva di aprire al pubblico per la prima volta l’ingente collezione privata del museo. Obrist si rese però conto di non avere un’adeguata conoscenza dell’arte asiatica tale da poter organizzare una mostra davvero valida e decise di rinunciare, passando il testimone all’artista cinese Xu Zhen, noto per le sue installazioni imprevedibili e sconvolgenti. (Non il genere di persona che viene in mente per gestire una collezione d’opere del secolo scorso, diciamo.)
Eppure la sua scelta audace si rivelò piuttosto azzeccata.
L’artista shanghainese, nominato curatore, si trovò così ad riorganizzare le 1199 tele del museo, opere dipinte in anni delicati in cui l’arte cinese era ancora confusa, in lotta interiore fra la sua tradizione artistica millenaria e l’istinto di imitare le novità occidentali.
Notò che tutti i dipinti custoditi dal museo, nonostante gli stili completamente diversi, le correnti artistiche, gli anni, le dimensioni, avevano un unico dettaglio che li accomunava: i soggetti. Ogni quadro parlava a suo modo dell’essere umano, in ogni opera i protagonisti erano persone. Decise che si sarebbe concentrato su questo e cominciò a pensare ad una disposizione innovativa che desse valore al prezioso elemento di comunanza, l’uomo.
L’artista curatore seguì un preciso schema di catalogazione e inserì le opere in 4 diversi insiemi: donne, uomini, coppie e gruppi.

Il risultato è “1199 People” , una mostra in cui tutti i quadri sono stati disposti in lunghe sequenze verticali, spesse linee pittoriche che rivestono completamente le mastodontiche pareti del museo.

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In questa specie di climax quantitativo, le opere si mescolano tra di loro, avvolgendo lo spazio con la loro prepotente danza cromatica.
Disposte così, l’una accanto all’altra, le tele quadrate ricordano quasi un fumetto verticale e generano una sequenza di storie bizzarre e misteriose. Sottile è il riferimento alla calligrafia cinese, basata proprio sulla verticalità dei caratteri: qui Xu Zhen ha dato vita a un racconto visivo, fatto non più di caratteri cinesi, ma di opere. L’artista ha proposto la storia artistica del museo e della sua città, attraverso scelte curatoriali pertinenti e innovative al tempo stesso.
E di questo dobbiamo ringraziare anche Hans Ulrich Obrist, che ha saputo fare della sua rinuncia un’opportunità per l’arte.

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