El organo Oriental

Un altro progetto finito, un’altra storia da raccontare.

Questa volta si tratta di ELOO, El Organo Oriental, un’installazione progettata dall’artista Antonio Guzman e presentata da Framer Framed ad Art Rotterdam, nella sezione Instersections, area dedicata alle gallerie emergenti.

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Svariate sono le entità che hanno preso parte a questo progetto, come svariate sono le letture intrinseche dell’opera stessa: questo di certo non ha aiutato la stesura dell’articolo (che, inizialmente, ho cercato di rimandare presa dall’horror vacui di voler dire tutto e dalla paura di poter finire poi per non dire nulla).
La ragione di questa improvvisa “fifa scribaris” non è casuale, né tantomeno frutto di “oddio, troppi impegni, non c’ho tempo, e poi devo finire l’ultima stagione di Girls”.
NO, niente di tutto ciò. Il motivo principale che mi ha fatto posticipare così tanto la pubblicazione di questo articolo è reale e, se permettete, piò che giustificato.
C’E’ TROPPO DA DIRE.
El Organo Oriental è un lavoro così ricco di dettagli, letture, livelli, significati, collegamenti interdisciplinari, che l’idea di approcciarmici mi intimoriva un po’.
L’altro giorno, poi, Antonio, l’artista, in una delle sue visite in ufficio, ha cominciato a parlarmi nuovamente del lavoro, inserendovi ulteriori interpretazioni e stimoli che lo hanno aiutato nel processo cretivo. Quando mi ha nominato Mondriaan e le sue composizioni pseudo cubiste, ho capito che era il momento di iniziare una volta per tutte la stesura di questo articolo.
Prima che la florida cornucopia di significati e significanti autoimplodesse.

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L’installazione parte del concetto di “ricerca delle proprie origini”. Per farlo Antonio Guzman ha deciso di analizzare il suo DNA. Da qui ha scoperto di essere risultato dell’affascinante miscuglio genetico di tre diverse etnie: europea, sud-americana e africana. Questi tre poli opposti di culture e tradizioni costituiscono l’intreccio cromosomico che egli stesso custodisce e al quale voleva dare voce.
La suggestiva ricerca lo ha così portato alla creazione di una composizione musicale per organo basata integralmente sul suo DNA.
Le 4 basi azotate che formano il DNA vengono qui trasferite su pentagramma, tradotto in note musicali.

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Perché l’organo di strada?
Scelta interessante e non di certo casuale: lo strumento di cui parlo deriva sa una secolare tradizione che ha avuto le sue origini in Europa e si è poi insediata nel resto del mondo, in particolar modo in America latina. L’organo, come del resto Antonio Guzman, è un essere ibrido, frutto di molteplici intrecci culturali, viaggi, e commistioni etniche. Quale strumento più appropriato dunque, per descrivere il DNA dell’artista, altrettanto ricco di identità!

È senza dubbio affascinante vedere, o meglio sentire, l’organo raccontare una storia genetica dai ricchi dettagli che viene quindi sintetizzata in suoni primari, all’apparenza scombinati, ma riflesso della perfezione di un DNA umano.
Il risultato è una composizione alla John Cage, dove una musicalità semplice quanto imprevedibile risuona nello spazio espositivo.

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Guzman ha deciso di accostare a questa installazione musicale una cornice visiva fatta di spessi fogli di cartone cesellati secondo la complessa struttura del DNA. Questi sono stati poi assemblati ad armonica, delicata citazione dei libri per organo, il cui design, soprendentemente contemporaneo, deriva da una tradizione vecchia secoli.

Lavorare a stretto contatto con questo progetto, vedere l’installazione respirare ogni giorno durante la fiera d’arte è stato senza dubbio affascinante.
Ogni parte del processo espositivo si è rivelata sorprendentemente avvincente: la visita in stile Indiana Jones nel “giardino delle meraviglie” di Lèon Perlèe, proprietario dell’organo usato nell’installazione, nonché custode di un paradiso dimenticato ad Amsterdam dove la nostalgica ma squillante voce di questi strumenti rieccheggia tra valzer francesi e canzoni popolari olandesi; l’allestimento ad Art Rotterdam tra contrattempi, soddisfazioni e nuove conoscenze; affrontare instense sedute sportive nel suonare l’organo (“Devi solo girare una manovella, Sara, un gioco da ragazzi..”) e ritrovarsi poi con l’acido lattico a livelli stellari mentre si cerca di sorridere al pubblico e sottovoce si implora qualche divinità pagana per far cessare presto quella tortura fisica. L’essere parte di un team internazionale e girare per gli opening sfoderando con orgoglio il badge d’accesso che neanche Anna Wintour durante un gala a New York. Ancora, installare il lavoro in Van Nelle Fabriek, una location d’eccezione, che conserva ancora i segni della storia industriale olandese.

Insomma, una prima esperienza fieristica di tutto rispetto.

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