E’ davvero arte contemporanea?

Quando si comincia a vivere in una nuova città, serve tempo per entrare a far parte della comunità cittadina e per conoscere le realtà artistiche interessanti che vengono proposte.

La mia esperienza a riguardo mi ha insegnato che non importa dove tu ti trasferisca, Shanghai, Venezia o Amsterdam, ci sarà sempre quella galleria di cui tutti parlano ma che tu non hai ancora visto. Quello spazio artistico impregnato di misterioso fascino, con mostre rivoluzionarie e artisti talentuosi.

Bene, nella mia nuova vita da Amsterdammer si tratta specificatamente della galleria W139: fino a ieri il soggetto più ricorrente delle mie conversazioni artistiche.

“Sei già stata a vedere la W139, vero?

No?? Incredibile! Devi assolutamente andarci al più presto”.

Finivano sempre così i miei dialoghi d’arte. Con la disapprovazione dell’ interlocutore che si tagliava a fette spesse. Non ero ancora stata alla W139. Shame on me.

Qualche settimana fa in occasione della nuova mostra “Steam bath” ci sono andata finalmente. Per la prima volta ho visto questa fantomatica galleria. Con l’aspettativa a mille e con il mio quaderno pronto per essere imbrattato di note confuse mi sono avviata verso la sala principale, nonché l’unica dedicata alla mostra.

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L’esposizione consisteva in vari oggetti sparsi per la stanza: una tenda di plastica dalla forma cupolare e simile a un igloo e alcune piante con tanto di luci led annesse per facilitarne la crescita. Un altoparlante a forma di grande capa pendeva dal soffitto sopra la testa del visitatore come una spada di Damocle.

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Da lì proveniva un audio di quella che sembrava una lezione di ginnastica con tanto di personal trainer gasato che ti incitava a muoverti e fare esercizio. Nel lato opposto della stanza si trovava una doccia dalle linee essenziali e (con molta probabilità) funzionante. In tutto questo l’intero spazio era avvolto da una spessa coltre di vapore proveniente dall’igloo.

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La temperatura era piuttosto alta, tanto che risultava difficile respirare. Il risultato è quello di una specie di Cyber-sauna: un ecosistema essenziale ma efficace in cui piante ed esseri umani vivono in armonia servendosi delle stesse risorse energetiche.

La sensazione complessiva è stata però di confusione: se anche il ruolo degli oggetti poteva essere più o meno identificato (con qualche sforzo mentale e respiratorio per rimanere qualche instante di più nella stanza), la loro resa fisica mi è sembrata piuttosto superficiale e incompleta. Non fraintendetemi, l’idea ci poteva anche stare: uomini e piante nello stesso spazio vitale. Una spa cibernetica per un nuovo culto del corpo. Bello.

Però l’allestimento si è rivelato povero e dozzinale: non emergeva nessun disegno compositivo dietro di esso. Gli oggetti apparivano come un’insieme di elementi messi lì quasi per sbaglio, frutto di un’accozzaglia onirica e folle.

Le altre stanze della galleria, non sfruttate per l’esposizione corrente, erano state sommariamente foderate all’ingresso con un telone arancione in stile “lavori in corso sulla Salerno-Reggio Calabria”. Il visitatore era in balìa del caos che emergeva dallo stesso spazio artistico: non c’erano indicazioni, non c’erano spiegazioni.

Ora, noi tutti sappiamo che l’arte contemporanea non è sempre così semplice da comprendere. A volte comunica mediante un linguaggio complesso, a più livelli di percezione e si serve di media sempre nuovi e provocatori. In altre parole: da quando Duchamp ha fatto il suo ingresso con l’orinatio capovolto, abbiamo imparato che in una mostra d’arte contemporanea ci si può aspettare davvero di TUTTO, senza esclusione di colpi. Ecco, in questo caso ho avuto una sincera difficoltà a capire cosa facesse realmente parte della mostra e cosa invece fosse solo una mediocre svista di allestitori un po’ distratti.

Per esempio, quella tenda sgualcita color arancione che copriva parte vuota della galleria è stata inserita volutamente nella composizione artistica o è solo la svista del muratore?

Non mi è stato possibile capirlo.

Ho cercato nel sito, tra le informazioni dell’evento su Facebook; ho letto tutto il materiale che mi è stato dato in galleria. Ma niente.

Immagino rimarrò col mio dilemma.

Che peccato però: l’idea di base c’era e poteva anche essere interessante. Ma il risultato generale suggerisce un allestimento superficiale, frettoloso, che si serve del crudo linguaggio contemporaneo più come pretesto per nascondere le falle, che per reale esigenza di contenuti.

 

 

 

 

 

 

 

 

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One thought on “E’ davvero arte contemporanea?

  1. Sophie il said:

    So well criticized! I always feel refreshed after reading your article, like breathing fresh air (not a good metaphor)

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