12 ore di attimi

Il mio ultimo articolo su Artitudes risale a due mesi fa e ha coinciso anche con la mia prima critica. Era rivolto ad una galleria specifica di Amsterdam, la W139.
Ecco il link

Da allora ho deciso che il prossimo pezzo da pubblicare avrebbe dovuto recensire una mostra non solo bella, ma superlativa. Giusto per ribilanciare le energie cosmiche.
Cercavo un’esposizione notevole, sorprendente, innovativa, praticamente perfetta.
Ebbene, dopo due mesi di ricerca… non l’ho trovata.
Però ho avuto modo di scoprire una mostra che non è la perfezione, ok, ma a modo suo ci si avvicina. E la galleria che la ospita è nientedimeno che lei, la famosa W139, bersaglio della mia precedente critica.
Questo per dire che non si finisce mai di ricredersi.

XII-COPERTINA
Il titolo è gia di per sé interessante: XII, 12.
Dodici, come le ore in cui la mostra è stata aperta. Da mezzogiorno a mezzanotte.
Questa specifica scelta temporale è alla base del progetto e vuole sottolinare proprio il suo essere effimero, fuggevole.
Tutte le opere esposte sono infatti dei work in progress che cominciano a crearsi allo scoccare del mezzodì e si esauriscono con i rintocchi di mezzanotte, tipo Cenerentola.
La galleria si fa spazio vivo, laboratorio di creazione che non si limita alla sterile esposizione delle opere, ma si trasforma in un atelier sperimentale: ogni artista ha il proprio ritaglio di spazio autonomo, ma al tempo stesso le opere comunicano tra loro, formando un intreccio di media, idee, azioni, colori.

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Lasciandosi ispirare dalla filosofia Oraziana del Carpe diem, gli artisti in questione hanno saputo proporre idee fresche e perfettamente in linea con la natura dell’evento. Ogni lavoro riflette nella sua singolarità, la sfuggente natura dell’esposizione tutta, presente e attiva solo per un lasso di tempo circoscritto:

Chi ha creato una scintilla perenne, un piccolo fuoco artificiale che non si esaurisce mai grazie ad un sistema a carrucola che continua a srotolarne la miccia. E la creazione, effimera quanto un lampo di luce, lascia la sua testimonianza impregnando di faville nere un pannello disteso sul pavimento.

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Chi ha voluto omaggiare l’arte femminista proponendo una performance con fruste che riempiono lo spazio sonoro coi i loro schiocchi prepotenti e quello fisico con le impronte del loro passaggio sul muro.

Chi ha disteso uno spartito lungo tutta la sala e ci ha camminato sopra con un panno grondante di inchiostro, lasciando così che le gocce posatesi sul tappeto di carta divetassero note per una nuova melodia, frutto di una spontanea passeggiata per la galleria. A metà tra un reenactment alla Bruce Nauman e una composizione di John Cage.

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Chi, ancora, munito di lana ha cominciato a sferruzzare cercando di rivestirsi completamente partendo dalla testa.
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Chi, infine, ha creato un tapis roulant di carta vetrata e lo ha usato per sbriciolare delle sedie di legno o per creare, come suggerisce il titolo stesso, “sabbia instantanea”.

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Ogni lavoro rappresenta a suo modo il cambiamento, lo scorrere del tempo in un’azione all’apparenza minima, ma, se ripetuta, dall’impatto sconvolgente.
Gli spettatori assistono allo sviluppo di un’idea che prende vita davanti ai loro occhi, con un ritmo lento ma persistente: ogni lavoro è prodotto dinamico di un percorso del cui risultato finale nemmeno l’artista è a completa conoscenza.
Le opere sono fresche, semplici ma intense, a conferma del fatto che anche con un budget pressochè inconsistente si può creare qualcosa di significativo.

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I lavori diventano così metafora della vita, dell’effimero che ci circonda e che ci compone. Nel momento in cui nascono cominciano a morire. Nel momento in cui iniziano a respirare, trovando il loro posto nel mondo, stanno anche lentamente decadendo.

Nonostante la qualità delle idee esposte, quello che mi ha davvero colpito è stata l’atmosfera, così vivace e spontanea. Mi ha ricordato per un attimo un’occasione importante, come un saggio di fine corso, incorniciato da quel vociare allegro fatto di risate, parenti, foto, amici.

Questa mostra si è rivelata un successo non solo per i lavori presentati, ma per una commistione di fattori che hanno portato all’armonia compositiva: l’idea di base che è stata rispettata dall’inizio alla fine; l’ottimo affiatamento tra i lavori, che nonostante le diversità reciproche, hanno saputo dar vita ad un percorso espositivo ricco e mai scontato; l’ambiente stesso, così frizzante e innovativo.

L’unica nota dolente che ho riscontrato è stata la mancanza di un’approfondita descrizione dei lavori. E’ vero che molto spesso le opere proposte erano di immediata comprensione, ma a volte capitava se si rimanesse in stand by davanti a un lavoro non riuscendo a coglierne completamente il significato.

Immagino che la perfezione non esista.
Ciò che esiste è il “perfetto”, l’aggettivo prezioso che decora qualcosa di puro, equilibrato e preciso. Qualcosa che nella sua semplicità riesce a sorprendere, a strapparci un sorriso, a farci riflettere.

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